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lunedì, agosto 10, 2009

Il flop delle energie rinnovabili in Italia



Leggendo questo grafico, si vede che sulla produzione delle energie rinnovabili siamo completamente fuori rotta rispetto all'incremento dell'energia totale prodotta. Gran parte dell'energia rinnovabile attualmente è di origine idroelettrica e quindi soggetta alle oscillazioni annuali delle pioggie.
L'aspetto più preoccupante per l'impatto sulla produzione di CO2, e quindi sull'effetto serra, si può osservare dalla differenza fra l'energia totale prodotta rispetto a quella rinnovabile in costante aumento.
Per avere un incremento percentuale delle energie rinnovabili che decresca la produzione di CO2, sono necessari investimenti pubblici enormi, per la ricerca e per il sussidio alle attuali tecnologie, in primis il solare, che hanno dei costi commerciali non sostenibili senza sovvenzioni pubbliche. E in Italia siamo lontani da una politica che vada in questo senso.
A breve-medio termine, viste queste premesse, non vedo altra via, per ridurre l'increcremento di CO2 prodotta, che non contempli una politica energetica in un'ottica complessiva di decrescita pianificata, e non per la "casualità" della crisi che ha ridotto la produzione energetica.
Questo significa tante cose che ho trattato altrove, parlando del PIL!
Per una fase di transizione di qualche decennio non sarei contrario in linea di principio a tagliare la produzione di CO2, per mezzo dell'energia nucleare. La compriamo dalla Francia. Se la Francia riesce a costruirci qualche centrale in Italia, risolveremmo questa ipocrita contraddizione, per cui usiamo energia prodotta dal nucleare, ma solo se la fa il nostro vicino di casa.
O diciamo che l'effetto serra è una burla, come hanno fatto di recente alcuni parlamentari del Pdl, Dell'Utri in testa, o il grafico di sopra sarà sempre più impietoso sugli impegni che l'Italia non sta rispettando e non sarà in grado di rispettare se il trend non sarà invertito.
La fonte del grafico è un rapporto statistico del 2008 pubblicato dal Gestore dei Servizi Elettrici (GSE).
Dallo stesso rapporto ho tratto il grafico che segue in cui è evidenziato il dettaglio della produzione delle varie energie alternative. Facciamo la danza della pioggia se vogliamo che il totale delle energie rinnovabili vada "significatamente" su!
Non capisco come i giornali leggendo lo stesso rapporto non riescano ad evitare titoli illusori tipo quello di Repubblica "Le "verdi" tornano a correre nel 2008 produzione a +21%", anche se poi quello che viene riportato nell'articolo si avvicina di più alla verità. Nella conclusione Zanchini di Legambiente dice:
"Per questo - conclude Zanchini - ripeto che siamo di fronte a dati ottimi, ma che è necessario accompagnare da politiche in grado di far finalmente decollare anche il contributo delle sottovalutate biomasse nel settore termico e soprattutto da rigorose e intelligenti provvedimenti a sostegno dell'efficienza energetica: aumentare la quota di rinnovabili non basta finché i consumi non verranno tagliati drasticamente e non solo episodicamente, come avvenuto nel corso del secondo semestre del 2008 per effetto della crisi economica"

sabato, giugno 20, 2009

Capitalismo e fame nel mondo

Prendo spunto da un commento ad un post della mia amica Tisbe su "Il grande successo del capitalismo: un miliardo di affamati" e riporto il commento che pressocchè ho condiviso sia su Facebook che sul suo blog.

Il capitalismo, questo capitalismo, non è il miglore dei mondi, ma al momento non ne conosciamo altri che lo siano.
Se pensiamo a cosa c'era prima del capitalismo, in Italia e altrove, non possiamo dire che andava meglio, da molti punti di vista. Il problema di questo capitalismo è la mancanza di rispetto della dignità altrui. Se questo aspetto fosse considerato, la democrazia si autososterrebbe da sola, senza la necessità di etichette tipo capitalismo o altro. Nell'ALTRUI includo anche l'ambiente.

Nonostante tutti i limiti, il capitalismo democratico, accompagnato da un sistema di sopporto ad ampio raggio delle fasce più deboli, rimane il sistema che garantisce quello che i comunusti italiani cercano di portare avanti, partendo da un presupposto sbagliato. Per essere a favore di una causa non si deve necessariamente essere contro un'altra che la contrasta, solo perchè non c'è rispetto di dignità altrui. Il problema non è il padrone, nè il potere in sè, ma l'uso che si fa della posizione di dominanza. Senza padrone non esisterebbe il dipendente, l'operaio. Inutile lottare contro il padrone per favorire l'operaio. Alla fine ci perdono entrambi e lo scontro rimane. Togliamo la necessità dello scontro e cerchiamo un dialogo continuo affinchè venga rispettata al meglio la dignità di ognuno. Cambiare terminologia, DIALOGO invece di LOTTA, di per se cambia la percezione di cosa si ha di fronte. Non a caso Obama parla di dialogo più che di guerra anche con un certo tipo di Islam. Col dialogo ad un certo punto c'è possibilità di arrivare ad una unità di intenti, seppur parziale. Con lo scontro ognuno rimane chiuso dentro le proprie barricate, che casualmente, nel caso dei comunisti italiani, si innalzano fra persone che dovrebbero parlare uno stesso linguaggio. E l'operaio vota LEGA!

Io personalmente propendo verso una SOCIETA' DELLA DECRESCITA, che non può che essere di natura capitalista, un capitalismo che gestisce risorse limitate in un contesto che assicuri il benessere di tutti, senza rinunciare ad una sana competizione basata sulla meritocrazia e sul rispetto altrui. Prima di arrivare a questo come mi auguro, credo le crisi saranno ben più dure di questa, perchè come stiamo vedendo, seppur il seme della decrescita sia in giro, e qualche piantina nella coscienza della gente stia crescendo, si sta riproponendo come soluzione alla crisi, essenzialmente la stessa ricetta di sempre. L'albero del PIL deve crescere, crescere, crescere sempre di più, senza chiederci cosa comporti questo, a livello sociale e ambientale.

mercoledì, giugno 10, 2009

Politica e società civile

Se dovessi semplicemente seguire il desiderio del mio cuore direi che, in Italia, e non solo, non c'è nessun partito che abbia una realistica possibilità di poter incidere sul nostro presente e futuro prossimo, che rappresenti le mie aspirazione, per una società, estesa a tutto il mondo, in cui il benessere, nel rispetto dell'astronave Terra, sia un diritto per tutti e non limitato a pochi, rimanendo una illusione per tanti.
Poichè necessariamente bisogna partire dalla realtà, per arrivare a ciò che oggi appare una utopia per molti, come una società della decrescita, l'unica via che può permettere una dignitosa qualità della vita in un contesto globale di risorse limitate, personalmente cerco di ancorarmi a qualcosa che rappresenti delle potenzialità per un serio progetto a medio-lungo termine, in cui siano rispecchiati molti miei valori. Questo progetto in Italia si chiama Partito Democratico. Al momento c'è tanto da fare, soprattutto a livello di gruppo dirigente, nazionale e locale, ma come dimostra l'esempio di Debora Serracchiani si sta lavorando nel senso giusto, purchè si vada avanti così.
D'altra parte ogni realtà politica rappresenta la società che la sostiene, e se questa agisce su basi puramente individualiste, c'è ben poco da sperare nella politica che ci rappresenta, seppur con tutte le distinzioni del caso, senza fare qualunquisticamente di tutta l'erba un fascio.
La politica siamo noi, ad ogni livello. Elettori ed eletti siamo il TUTTO.
Gli eletti rappresentano le speranze degli elettori e se queste, nella coscienza collettiva, e qualunque sia il nobile o meno nobile intento che li ispira, ci ritroveremo, sempre e comunque, la politica che ci meritiamo.
Se dalla politica ci aspettiamo il favore per avere un vantaggio sui nostri pari, la politica che ci rappresenterà rispecchierà queste aspettative, almeno nelle promesse elettorali.
Se alla politica chiediamo rispetto della dignità di ognuno di noi, al di là del sesso, della religione e della razza, la politica inevitabilmente tenderà ad essere costituita da persone che rispetteranno la dignità di ognuno.
E' un gioco di specchi che trasmettono e riflettono dei messaggi dove non c'è reale distinzione tra elettore ed eletto.
Non è un caso che le nazioni civilmente più rispettose dei diritti individuali e collettivi siano quelle nazioni che hanno una classe politica più onesta.

sabato, maggio 09, 2009

L'origine del concetto di decrescita nelle parole di Serge Latouche

Fonte

Lo "sviluppo" è simile a una stella morta di cui si scorge ancora la luce, anche se è spenta da molto tempo, e per sempre


Che cosa considera emblematico delle disfunzioni di un’economia basata sulla crescita?

I cicloni, sempre più frequenti in questi anni, e sempre più gravi, conseguenza della deregulation climatica. Questi disastri pongono il problema di un pianeta in cattivo stato, devastato e non più vivibile, non più vivibile per noi, per l’umanità...

Eppure gli economisti continuano a parlare di crescita.

La crescita è un concetto bizzarro, perché è qualcosa che per noi è familiare, noi viviamo in una società della crescita, in un’ideologia della crescita, è una specie di ovvietà. Se invece guardiamo all’interno della storia delle società umane, è invece qualcosa di eccezionale, riguarda solo l’occidente e solo gli ultimi tre secoli dalla rivoluzione industriale inglese in poi. È un concetto che non si può tradurre in quasi nessuna delle lingue non europee, perché la maggior parte delle società umane non immagina che il domani possa essere sempre migliore dell’oggi e che ogni giorno sia migliore del precedente. L’obiettivo è invece quello di realizzare un maggior benessere generale, un sentimento di soddisfazione generale.

Da dove nasce questo concetto di crescita illimitata?

La crescita può avere un senso, è un’immagine che gli economisti hanno ripreso dalla biologia, in particolare dalla biologia evoluzionista perché gli organismi viventi, il grano, ciò che nasce nella terra, germina e si sviluppa. Avviene così per tutte le piante, ma le piante nascono, crescono e muoiono, le società contemporanee invece pensano che la crescita economica sia qualcosa di illimitato. È questo concetto di illimitato che pone dei problemi perché è irragionevole: c’è già un deficit alimentare e di altro, di acqua ad esempio, per cui non ha senso pensare che la produzione di alimenti o la disponibilità di acqua siano illimitate... Noi abbiamo fatto della crescita una specie di parola feticcio che vale per tutto e porta con sé anche la crescita dell’inquinamento, delle malattie, dell’intossicazione, è un concetto perverso e assurdo perché viviamo in un mondo finito e come si può credere che avremo una crescita infinita?

Ma se un Paese è sempre più ricco produce anche migliori condizioni di vita per tutti!

Il Prodotto Interno Lordo è un altro feticcio: si riferisce ad analisi statistiche che valutano la ricchezza, una valutazione che comprende un po’ tutto: l’inquinamento e le spese che vengono espresse per arginarlo. Anche le catastrofi rappresentano buone notizie perché permettono la crescita del PIL e i rimedi per affrontarle sono altrettanto buone notizie perché producono ancora un aumento del PIL. Non so se questa idea della ricchezza misurata attraverso il PIL sia sensata. La stima è fatta attraverso un’idea nuova di misurazione che l’occidente ha elaborato nell’ultimo secolo, cioè la felicità degli uomini misurata attraverso la crescita del PIL e identificata con la soddisfazione per la crescita dei consumi: consumate sempre di più e sarete più felici! Questo dimostra l’assurdità del concetto: consumare in modo illimitato è folle in un mondo in cui esistono dei limiti.

Che cosa si intende per decrescita?

La decrescita, che sia chiaro, è uno slogan non un concetto, non è qualcosa di simmetrico alla crescita. La crescita è una specie di teoria, mentre la decrescita non lo è. Si tratta di uno slogan nato per spezzare in qualche modo la parola dominante, l’ideologia stessa della crescita. Se si volesse essere rigorosi bisognerebbe parlare di acrescita, come si parla di ateismo e precisamente di un'opposizione a una specie di religione. La crescita è infatti una vera religione a cui ci si affida per fede, è una verità che non deve essere contestata, un culto con i suoi riti consumistici. Quando si dice che una crescita infinita non è possibile in un mondo finito, diciamo anche che tutti i problemi che conosciamo, ecologici, culturali, sociali, sono sorti con quella stessa idea, e bisogna uscire da questo meccanismo infernale. Per questo la parola decrescita ha un aspetto provocatorio.

Quali cambiamenti reali comporterebbe la decrescita?

Concretamente una società della decrescita poggerebbe su un cambiamento dell’immaginario, un cambiamento di valori perché non si baserebbe più sull'idea che l’uomo debba dominare la natura, produrre sempre di più, lavorare sempre di più, guadagnare di più per consumare sempre di più, consumare sempre di più per produrre di più, un circolo vizioso insomma. Ci sarebbe un cambiamento dei valori di riferimento, una rivalutazione degli aspetti non quantitativi, non mercantili della vita umana. Si possono scoprire altre forme di ricchezza, non economica e mercantile ma una ricchezza relazionale, rapporti più ricchi all’interno della famiglia, con gli amici, si potrebbe vivere in una società più solidale che è cosa più importante del consumare sempre più gadgets.
Si potrebbe ristrutturare l’apparato produttivo per altre forme di produzione, cosa essenziale per la sopravvivenza del pianeta, attuare quello che gli specialisti chiamano l’impronta ecologista della produzione.

Che cosa si intende per “impronta ecologista della produzione”?

L’impronta ecologista indica, come è stato volgarizzato tempo fa dalle parole del presidente Chirac a Johannesburg, la valutazione della quantità degli spazi bioproduttivi che il nostro modo di vivere consuma: per nutrirci, vestirci, per usare le macchine abbiamo bisogno di terra e natura. Il pianeta è finito, lo spazio bioproduttivo, cioè quello che ci permette di vivere con quello che produciamo, è limitato. Conosciamo il numero della popolazione, la divisione delle superfici per popolazione, per cui un modo di vivere come quello attuale necessiterebbe di consumare tre volte tanto rispetto a quello che è disponibile. Il nostro modo di vivere supera del trenta per cento quello che è sostenibile e in più ci sono delle disuguaglianze insopportabili: se tutto il mondo vivesse come viviamo noi francesi avremmo bisogno di avere a disposizione tre pianeti da consumare. È importante e urgente cambiare: noi mangiamo il nostro patrimonio, viviamo sul nostro patrimonio, consumiamo in modo dissennato quello che la natura ha accumulato in milioni di anni, come ad esempio il petrolio, e tutti i principali minerali che non possono durare in eterno. Oltrepassiamo anche la capacità di rigenerazione della biosfera che per fortuna ha capacità rigenerative straordinarie, ma c’è un momento in cui il prelievo è troppo forte, pensiamo alla pesca: noi peschiamo più di quanto il mare riesca a ripopolare. È urgente quindi ridurre, consumare meno beni materiali.

Che cosa accadrà?

Alcuni fondatori dell’ecologismo dicevano che stiamo accuratamente preparando l’avvento di una serie di catastrofi entro una quarantina d’anni. Se queste catastrofi non fossero così gravi da produrre la fine dell’umanità, ma abbastanza per risvegliarci direi che potrebbero avere un carattere pedagogico. Negli ultimi anni abbiamo avuto una serie di catastrofi “pedagogiche”: l’esplosione del quarto reattore di Chernobil, ad esempio, ha avuto sicuramente un carattere pedagogico tanto che alcuni Paesi, tra cui l’Italia, hanno rifiutato il nucleare. Anche la Francia lo ha limitato e progressivamente pensa di abbandonarlo... Ugualmente la mucca pazza è stata una catastrofe, ma ha cambiato le abitudini alimentari dei consumatori ed è una delle ragioni per cui i consumatori europei hanno rifiutato l’introduzione degli Ogm. È ragionevole pensare che nei prossimi anni si verificheranno altre catastrofi, oggi abbiamo il problema dell’esaurimento delle risorse petrolifere, anche se il petrolio non è certo una benedizione per il mondo dato che si fanno guerre disastrose in suo nome. Infine è urgente il problema climatico...

Un effetto negativo della globalizzazione.

La deteritorizzazione è una conseguenza fondamentale della globalizzazione. Noi paghiamo il costo dei trasporti, ma lo paga soprattutto l’ambiente! Sarà ragionevole, quando il trasporto sarà sempre più caro perché il petrolio sarà sempre più scarso, riscoprire le virtù della prossimità, dei prodotti locali, del giardino, dell’orto. Altra conseguenza è l’artificializzazione dei costi. Costa di più il trasporto del prodotto! Una delle misure previste dalla decrescita è la ricollocazione delle attività economiche perché ci sembra folle che, ad esempio, lo yogurt alla fragola che troviamo al supermercato comporti 9.000 chilometri per il suo trasporto quando una o due generazioni fa, uno yogurt migliore e più sano di questo era fatto con il latte delle mucche del vicino e le fragole del giardino. Tutto quello che consumiamo oggi richiede migliaia e migliaia di chilometri di trasporto. Qualche anno fa gli economisti americani avevano calcolato una media di 5.000 chilometri per ogni prodotto che consumiamo, oggi possiamo dire che, con l’apertura all’economia cinese, si superano i 7.000 chilometri. Tutto quello che consumiamo, tutto quello che indossiamo richiede migliaia di chilometri di trasporto. Se noi vogliamo limitare la deregulation climatica, che è ciò che in modo più urgente minaccia oggi il pianeta (anche se non è certo la sola minaccia, pensiamo all’inquinamento chimico, batteriologico...), dovremmo rimettere in questione questa logica di deteritorializzazione, delocalizzazione. Riteritorializzare e ricollocare l’economia passa anche attraverso la ricolocalizzazione della vita, della cultura. Dobbiamo ridare senso ai luoghi perché noi siamo condannati a vivere là dove posiamo i piedi. Oggi è così: abbiamo sempre la testa altrove, quando siamo al mare pensiamo alla montagna, quando siamo in montagna al mare, quando siamo a Parigi pensiamo a New York, quando siamo a New York a Parigi... È fondamentale reinventare una nuova vita territorializzata

giovedì, maggio 07, 2009

Come faccio a sapere se sto progredendo?

«D.: Come faccio a sapere se sto progredendo?
B.: ... chi progredisce e verso cosa? Non c'è "nessuno" a fare alcun progresso.
.. il più sicuro segno di "progresso" - la totale mancanza di preoccupazione a riguardo del "progresso" stesso... e circa la "liberazione",... un abbandono non-volitivo a qualunque cosa possa accadere» (Ramesh Balsekar)
Il libro del Risveglio

Una cosa che mi suona male in certi ambiti è il parlare di "Crescita Personale".
Per certi aspetti mi suonerebbe meglio Decrescita Personale!
Abbiamo bisogno sempre di indicare un senso a ciò che si fa? Di metterci una etichetta per poter affermare "Sto Crescendo"?
Che significa Crescere?
Non critico le tecniche di "Crescita Personale" in sè, dietro le quali ci sono grandi intuizioni e anni di osservazione di fenomeni. Ma è un certo tipo di linguaggio che mi suona male. E' giusto che non ci si attacchi alle etichette, sto solo riferendomi alla reazione immediata che si scatena dentro me quando sento dire certe cose in un certo modo.

venerdì, maggio 01, 2009

Reddito e impatto ambientale- Curva di Kuznets


Secondo questa curva (curva di Kuznets ambientale) l'mpatto ambientale medio di ciascuno di noi aumenta finchè non si raggiunge un determinato reddito pro capite, per poi diminuire per redditi più alti.

Per altri dettagli
http://www.perc.org/articles/article207.php

Ne parla il NY-Times in questo articolo in cui l'autore fa le seguenti predizioni

1) Non ci sarà alcuna rivoluzione verde nell'energia o in qualsiasi altra cosa. Nessun leader, legge o trattato cambierà radicalmente le fonti di energia per la gente e le industrie[....]. Nessuna recessione o depressione comporterà un cambiabento duraturo nella passione dei consumatori di usare energia, fare soldi, comprare nuova tecnologia - e questa se ci credete o no è una buona notizia perchè....

2) più ricco ciascuno di noi sarà più verde
sarà il pianeta nel lungo periodo.


Non mi convincono affatto queste predizioni. Mi sembra una ricetta verso l'autodistruzione, perchè, nell'attuale concezione dell'economia, affinchè tutti i popoli della terra raggiungeranno il massimo di quella curva, la Terra ci costrigerà a cambiare radicalmente direzione in quanto non potrà tollerare l'impatto che deriverebbe da queste tendenze.

Se l'andamento della curva si verifica inevitabilmente è chiaro che bisogna reinquadrarla in un ottica diversa. Non sembra esserci alternativa ad una Società della Decrescita.


giovedì, aprile 30, 2009

CHIMICA



I passi avanti sono tanti nel senso espresso nel video. Ovviamente è un video di parte e non si prendono in esame tanti aspetti critici, che più che alla chimica in se, sono legati all'uso che si fa della chimica. Un contributo cruciale, per la salute dell'ambiente, che potrà dare la chimica nel prossimo futuro è il design dei materiali in modo che ogni oggetto che si produce sia il più possibile riciclabile. Tutto è in realtà chimica, non solo quello che viene modificato chimicamente per mano dell'uomo. Noi siamo chimica! E come ho scritto in un post precedente se usciamo dalla visione antropologica della vita tutto è chimica e tutto è naturale. Questo non significa deresponsabilizzarci anzi esattamente il contrario. La chimica deve agire il più possibile per non alterare gli equlibri naturali e solo la chimica può risolvere i problemi che sono stati creati anche dall'ignoranza oltre che dall'avidità umana. Ma se non si cambia ottica globale, andando verso una società della Decrescita, la chimica, con tutto il buon senso che si potrà perseguire, potrà fare ben poco. Decrescere significherà anche meno chimica, in termini di fatturato procapite dell'industria chimica almeno per la chimica della grande industria, e magari maggiore fatturato per ad es. per la chimica dei nuovi materiali ad alto valore aggiunto per le loro caratteristiche innovative oltre che per la difficoltà di ottenerli. Decrescita significherà anche evitare la produzione di nuove sostanze che vengono immesse sul mercato senza alcun senso, ad es. molecole con effetto farmacologico inutili se non a fini brevettuali e di puro profitto, coloranti di sintesi impiegati per dare colore a ciò che naturalmente non lo è, etc. Credo che questo processo di ridimensionamento nel senso della quantità sarà inevitabile, se non vorremo trovarci nei pasticci nei prossimi decenni. La crisi sta creando di per se un ridimensionamento ma è più forzato che voluto.
Senza industria chimica la nostra vita sarebbe completamente diversa e molto più dura rispetto agli standard che conosciamo oggi. Ma è responsabilità anche della chimica fare in modo che nel futuro possano essere mantenuti standard dignitosi di benessere per tutti, anche per chi adesso vive in condizioni di sottosviluppo. Questo senza gravare sempre più sulla vita di Gaia, la Terra Vivente, che non ha risorse infinite e infinite capacità di reagire alle variazioni di alcuni parametri vitali strettamente legati alla attività dell'uomo, ad es. la quantità di anidride carbonica sempre più elevata nell'atmosfera, ritenuto il responsabile principale dell'effetto serra, senza creare situazioni che possano mettere in pericolo la vità dell'uomo stesso sulla Terra.

lunedì, gennaio 19, 2009

La società della decrescita


La “società della decrescita” presuppone, come primo passo, la drastica diminuzione degli effetti negativi della crescita e, come secondo passo, l’attivazione dei circoli virtuosi legati alla decrescita: ridurre il saccheggio della biosfera non può che condurci ad un miglior modo di vivere. Questo processo comporta otto obiettivi interdipendenti, le 8 R: rivalutare, ricontestualizzare, ristrutturare, rilocalizzare, ridistribuire, ridurre, riutilizzare, riciclare. Tutte insieme possono portare, nel tempo, ad una decrescita serena, conviviale e pacifica.

Rivalutare. Rivedere i valori in cui crediamo e in base ai quali organizziamo la nostra vita, cambiando quelli che devono esser cambiati. L’altruismo dovrà prevalere sull’egoismo, la cooperazione sulla concorrenza, il piacere del tempo libero sull’ossessione del lavoro, la cura della vita sociale sul consumo illimitato, il locale sul globale, il bello sull’efficiente, il ragionevole sul razionale. Questa rivalutazione deve poter superare l’immaginario in cui viviamo, i cui valori sono sistemici, sono cioè suscitati e stimolati dal sistema, che a loro volta contribuiscono a rafforzare.

Ricontestualizzare Modificare il contesto concettuale ed emozionale di una situazione, o il punto di vista secondo cui essa è vissuta, così da mutarne completamente il senso. Questo cambiamento si impone, ad esempio, per i concetti di ricchezza e di povertà e ancor più urgentemente per scarsità e abbondanza, la “diabolica coppia” fondatrice dell’immaginario economico. L’economia attuale, infatti, trasforma l’abbondanza naturale in scarsità, creando artificialmente mancanza e bisogno, attraverso l’appropriazione della natura e la sua mercificazione.

Ristrutturare. Adattare in funzione del cambiamento dei valori le strutture economico-produttive, i modelli di consumo, i rapporti sociali, gli stili di vita, così da orientarli verso una società di decrescita. Quanto più questa ristrutturazione sarà radicale, tanto più il carattere sistemico dei valori dominanti verrà sradicato.

Rilocalizzare. Consumare essenzialmente prodotti locali, prodotti da aziende sostenute dall’economia locale. Di conseguenza, ogni decisione di natura economica va presa su scala locale, per bisogni locali. Inoltre, se le idee devono ignorare le frontiere, i movimenti di merci e capitali devono invece essere ridotti al minimo, evitando i costi legati ai trasporti (infrastrutture, ma anche inquinamento, effetto serra e cambiamento climatico).

Ridistribuire. Garantire a tutti gli abitanti del pianeta l’accesso alle risorse naturali e ad un’equa distribuzione della ricchezza, assicurando un lavoro soddisfacente e condizioni di vita dignitose per tutti. Predare meno piuttosto che “dare di più”.

Ridurre Sia l’impatto sulla biosfera dei nostri modi di produrre e consumare che gli orari di lavoro. Il consumo di risorse va ridotto sino a tornare ad un’impronta ecologica pari ad un pianeta. La potenza energetica necessaria ad un tenore di vita decoroso (riscaldamento, igiene personale, illuminazione, trasporti, produzione dei beni materiali fondamentali) equivale circa a quella richiesta da un piccolo radiatore acceso di continuo (1 kw). Oggi il Nord America consuma dodici volte tanto, l’Europa occidentale cinque, mentre un terzo dell’umanità resta ben sotto questa soglia. Questo consumo eccessivo va ridotto per assicurare a tutti condizioni di vita eque e dignitose.

Riutilizzare. Riparare le apparecchiature e i beni d’uso anziché gettarli in una discarica, superando così l’ossessione, funzionale alla società dei consumi, dell’obsolescenza degli oggetti e la continua “tensione al nuovo”.

Riciclare. Recuperare tutti gli scarti non decomponibili derivanti dalle nostre attività.

di Serge Latouche
(da una proposta di Osvaldo Pieroni
al Forum delle ONG di Rio)

venerdì, novembre 14, 2008

Riflessione sulla crisi

In base a molti indici è chiaro che la crisi economica ancora non ha mostrato quanto sarà realmente crisi. I consumi si contraggono. Le industrie hanno i magazzini pieni. Ma non sarà forse l'occasione giusta per capire che possiamo vivere con molto meno ? Pochi credo che si stiano facendo mancare ciò di cui non si può fare a meno per mancanza di soldi. Certo per le famiglie con figli ci possono essere ripercussioni pesanti, soprattutto se si perde un posto di lavoro. Credo profondamente che i consumi degli ultimi 20-30 anni siano stati drogati da un vivere al di sopra delle proprie possibilità, da un vivere di tanta futilità. Basta guardarsi intorno. Basta guardarsi in casa. Di quanta spazzatura in senso reale e metaforico ci circondiamo? Si è raggiunto un limite oltre il quale la goccia (non dico di cosa) ha fatto travasare il vaso. E chiamiamo crisi tutto questo! Credo che se ognuno di noi fosse consapevole di ciò, si potrebbero perdere meno posti di lavoro, destinare le poche risorse a chi ne ha veramente bisogno, evitando operazioni elettorali tipo quella sull'ICI. Nella mia utopia la vedo come una occasione per riconsiderare il modello di società secondo la teoria della decrescita di cui ho discusso più volte. E' una occasione per rivalutare secondo parametri sensati ciò che chiamiamo Qualità della Vita. Paradossalmente il fatto che il prezzo del petrolio stia scendendo, in una società che considera il valore del PIL come indice primario della crescita economica, è un fattore estremamente negativo perchè a parità di consumo spendiamo meno e il PIL salirà anch'esso meno. Tutto ciò che si spende, anche per le catastrofi, contribuisce a far salire il PIL!


giovedì, gennaio 03, 2008

La scommessa della decrescita

Immagine di La scommessa della decrescita

Sto leggendo un libro veramente illuminante "La Scommessa della Decrescita" di Serge Latouche.
Si tratta è un eccellente manifesto sull'"OLISMO SOCIOECONOMICO" che l'autore chiama DECRESCITA (che non è l'opposto della crescita economica).
Masticando un pò di olismo, per passione e per necessità, trovo che i necessari cambiamenti di rotta per entrare in un'ottica olistica per il benessere del singolo, siano tratteggiati con maestria da Latouche per il benessere globale della società come del suo ambiente, per evitare che il Gigante Barcollante (il sistema socioeconomico attuale), per stare in equilibrio, debba continuare a correre crescendo e continuando così a schiacciare tutto ciò che trova sul suo percorso, fino a collassare sotto il suo stesso peso. Con un approccio completamente diverso richiama alla mia mente il libro recente di Lovelock "La Rivolta di Gaia" in cui Gaia, la Terra come essere vivente, che si evolve con le specie che vivono su di essa, rischia di subire un brusco collasso degli ecosistemi, che metterà a rischio l'esistenza di gran parte degli esseri viventi, uomo compreso, a causa del riscaldamento globale (prodotto della crescita!). Latouche è uno studioso di antropologia economica e nella sua esposizione divulgativa usa un linguaggio tecnico chiaro e appropriato, senza divagazioni su olismo e affini. Ma credo che il concetto di OLISMO si accosti bene ad una Teoria della Decrescita in cui, il mio benessere è il tuo benessere, e con questo faccio riferimento alle relazioni Nord-Sud del mondo, come a quella Uomo-Ambiente, o a quelle più elementari fra singoli esseri umani, etc. etc.
Non è una teoria disfattista, anche se può sembrare tale a coloro che credono nella supremazia del mercato e della scienza, che sarebbero in grado di risolvere qualsiasi problema. Ma intanto non sono state in grado di risolvere i problemi di una buona fetta dell'umanità per la quale la sopravvivenza è tuttora un'emergenza giornaliera.
A proposito di scienza lo stesso Latouche dice"una cieca fede nella scienza e nel futuro per risolvere i problemi del presente è contraria non solo al principio di precauzione, ma semplicemente al buon senso", e non credo che abbia torto.

giovedì, luglio 19, 2007

La decrescita





La decrescita, se non lo decideremo noi prima, sarà imposta dalla biosfera stessa . Il biologo Lovelock nel suo bellissimo quanto inquietante libro, "La rivolta di Gaia", prefigura entro 40 anni, una "decrescita drastica" che non metterà  in crisi solo l'economia mondiale, ma rischierà di fare scomparire la civiltà umana sulla terra. Secondo i suoi modelli, quando l'anidride carbonica supererà una certa soglia, il riscaldamento globale causerà un collasso degli ecosistemi marini ed a catena una drastica riduzione di tutto ciò che ci sarà sul nostro pianeta di vivente. Al di la di credere o meno ad una ipotesi che rimane tale, pur se suffragata da modelli sofisticati, è chiaro che l'ecosostenibilità della crescita non sarà sufficiente. Le risorse sono comunque limitate. Si può anche non credere al riscaldamento globale come un effetto antropogenico, come sostengono alcuni scienziati, ma nessuno potrà contestare il fatto che le risorse non siano infinite, e come tali sono limitanti. Gaia, come ogni sistema vivente, ha una dinamica non lineare, ed i limiti di rottura di certi suoi equilibri nessuno sa realmente quali siano, ma possono essere raggiunti e superati potendo constatare a posteriori  solo la rottura. La tecnologia saprà ritrovare i rimedi per eventi oggi imprevedibili? Chi lo sa! Personalmente credo che sia ora di cambiare drasticamente rotta. Ma come succede a noi stessi  quando sopprimiamo i sintomi del nostro organismo pur di continuare ad essere efficienti e produttivi e non perdere un colpo, fin quando il sintomo non si ripresenta sotto una spoglia diversa ma molto più pericolosa per la nostra vita, difficilmente la coscienza collettiva si indirizzerà verso modelli di sviluppo globale che tengono in realmente considerazione  il malessere di Gaia. Leggendo il libro di Lovelock, che sarà un visionario ma non uno sprovveduto, sono rimasto stupefatto per i tempi strettissimi entro cui lui ritiene di dover intervenire.   La sua soluzione è altrettanto drastica: un uso massiccio di energia nucleare, per invertire il trend crescente della concentrazione di anidride carbonica nell'atmosfera nel giro di un ventennio o meno. Così da icona per gli ambientalisti, per la sua teoria della Terra vivente, Gaia, è diventato un pericoloso vecchietto, 86enne, da zittire!!


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